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Il mobbing innanzitutto ha conseguenze
di portata enorme sulla persona
direttamente soggetta agli abusi.
Gli effetti provocati si sviluppano secondo una gamma
varia e sempre più grave man mano che le aggressioni
proseguono nel tempo.
Sono così state individuate quattro fasi
attraverso cui si sviluppano i danni:
Prima fase
All’inizio del conflitto e degli attacchi la vittima
inizia a manifestare un certo malessere. Nei primi sei
mesi appaiono i primi sintomi psicosomatici: incubi,
insonnia, inappetenza, nausea, solitudine con
ripiegamento su di sé.
Seconda fase
Si ha il passaggio dal mobbing al terrore
psicologico.
Dai 15 ai 18 mesi si crea uno stato cronico di ansietà.
Dai 2 ai 4 anni dall’inizio del conflitto appaiono
disturbi della personalità: depressione, fobie, pensieri
ossessivi, che generano dipendenza da tranquillanti, che
a loro volta provocano abulia ed assenza dal lavoro per
malattia.
Terza fase
E’ questa la fase in cui del caso inizia ad
occuparsi l’ufficio del personale, il quale si inserisce
attivamente nella strategia di abusi sulla vittima,
ritenendola responsabile di tale situazione.
Così, in questa atmosfera di prepotenze tollerate o
sostenute dalla stessa azienda, il lavoratore si trova
sempre più isolato: gli viene negato qualsiasi colloquio
col personale delle risorse umane, viene calunniato,
criticato fino alla distruzione di ogni fiducia in se
stesso e delle sue referenze per impedirgli di trovare
nuovi impieghi.
Quarta fase
Consolidate le manie ossessive la vittima può
sviluppare malattie di vario genere sia nervose sia
fisiche di lunga durata.
A livello psicologico può esplodere aggressività o
contro di sé, fino al suicidio, sia verso la famiglia,
compromettendo le basilari relazioni interpersonali.
Dal lato economico la vittima, lavorando meno e male,
assentandosi continuamente per malattie, subisce
perdite.
Il lavoratore viene poi, come estreme conseguenze,
licenziato, messo in mobilità o in prepensionamento.
Le ricerche condotte all’estero hanno
dimostrato che il mobbing può portare fino
all'invalidità psicologica, e che quindi si può parlare
anche di malattie professionali o di
infortuni sul lavoro.
In Svezia un’indagine statistica ha dimostrato che tra
il 10 e il 205 del totale dei suicidi in un anno hanno
avuto come causa scatenante fenomeni di mobbing.
Le conseguenze del mobbing possono
colpire la stessa azienda, la quale
subisce la diminuzione della capacità lavorativa della
vittima.
Questa lavora poco e male, produce meno, è costretta ad
assentarsi costringendo la ditta a sostituirlo.
Lo stesso mobber causa problemi alla ditta: compie
spesso sabotaggi, costringe la vittima stessa a
sbagliare, comportando gravi danni.
Un altro possibile danno per l’impresa è quello alla
propria immagine, nel caso in cui vengono divulgate
notizie su atti discriminatori a danno dei dipendenti.
Da ultimo, nel caso in cui il mobbizzato subisce un
danno permanente alla sua capacità lavorativa, accertato
da perizie medico-legali, può citare in giudizio
l’azienda stessa, la quale dovrà sostenere sia le spese
legali sia quelle per il risarcimento.
I costi sociali della
violenza psicologica sui luoghi di lavoro danneggiano lo
stesso stato sociale.
Nel caso di degenerazione verso malattie professionali è
la spesa della sanità pubblica a subirne il carico.
Inoltre, è stato rilevato che un lavoratore costretto
alla pensione a soli 40 anni costa alla società ben 1
miliardo e 200 milioni di lire in più di uno pensionato
all’età prevista.
Fonte:
www.intrage.it
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