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Rassegna.it 08 Febbraio 2012
Per comprendere pienamente il fenomeno del precariato nel sistema della conoscenza in Italia è necessario partire da due presupposti fondamentali, incrociandoli per ottenere la valutazione esatta. Il primo è la trasformazione profonda del mercato del lavoro, con lo smantellamento progressivo della figura del lavoratore con garanzie economiche e democratiche, con prospettive di vita e la sua sostituzione progressiva, e al momento inesorabile, con un lavoratore, variamente contrattualizzato dal punto di vista burocratico, caratterizzato da una instabilità assoluta di diritti, salario compreso, non reclamabili e con doveri non scritti ma imposti dalla ricattabilità. E soprattutto senza la possibilità di fare riferimento a un’organizzazione dei lavoratori, spesso neanche nelle strutture sindacali ipoteticamente dedicate.
Il secondo presupposto si articola a sua volta in due aspetti facilmente riassumibili: la conoscenza e i saperi in generale, la loro produzione e la loro trasmissione non sono considerati più un nodo strategico del sistema paese, cioè non si ritiene utile per il benessere sociale ed economico dell’Italia puntare su questa risorsa. Quello che ne consegue è un ridimensionamento impressionante dei finanziamenti dedicati alla scuola, all’università, ai centri di ricerca e alle accademie e ai conservatori. Il secondo aspetto, apparentemente ideologico, ha invece dei gravi esiti materiali: è necessario che tutti abbiano semplicemente delle conoscenze di base, meglio se direttamente equiparate con quelle che il “mercato” richiede, in modo da evitare delusioni nelle aspettative di uno sbocco lavorativo probabile. In questo modo, poiché la richiesta di conoscenza nel mercato nazionale è molto bassa, a causa della piccola dimensione media delle aziende e di una forte miopia imprenditoriale, si è deciso di ridurre significativamente il livello medio delle conoscenze, con due esiti gravissimi.
Il primo è che la competizione internazionale e il momento attuale di crisi non si possono affrontare con tagli indiscriminati ma con investimenti corretti, cioè puntando sui settori che possono permettere un deciso miglioramento della vita collettiva, a breve e a medio termine. Altrimenti, nonostante i proclami iperliberisti, non si potrà trovare una via di uscita per tutti, ma solo per i pochi veri privilegiati, che già iniziano a vedere rafforzati i propri privilegi.
Il secondo esito è lo spreco di centinaia di migliaia di donne e uomini, che nel corso degli ultimi decenni hanno sviluppato competenze e non chiedono altro che poterle degnamente restituire alla società, in un virtuoso circolo di diritti e doveri, che riconsegni al lavoro pubblico la sua funzione di missione democratica. È allora indispensabile costruire una efficienza sociale dei saperi, assumendosi la responsabilità di un governo dei processi non solo limitato alla salvaguardia dei singoli lavoratori, ma mirato alla reale efficacia del sistema della conoscenza e alla valorizzazione degli agenti di questo sistema. Uomini, donne, maestri, professori, ricercatori, tecnici che da tempo hanno deciso di contribuire allo sviluppo della società e che non chiedono altro che di continuare a poterlo fare.
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