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Gazzetta del Sud 21 Febbraio 2012
L'aumento della disoccupazione, il precariato, il lavoro nero, sono situazioni diffuse che incidono drammaticamente sulla vita delle persone e delle famiglie. Ancora di più in un tempo di crisi come quello che stiamo vivendo, una crisi che non è solo economica, ma anche sociale e morale. E allora cosa si può fare? Rimane solo la rassegnazione o si possono intravedere segnali di speranza? Su questi problemi e su queste domande il Movimento lavoratori dell'Azione cattolica (Mlac) ha provato a riflettere e dare delle risposte nel corso del convegno "La carità al centro", svoltosi ieri sera alla Provincia.
Subito dopo i saluti dell'arcivescovo metropolita Vittorio Mondello, e di don Giuseppe Dieni, è stato don Angelo Casile, direttore dell'Ufficio nazionale problemi sociali e lavoro della Conferenza episcopale italiana, a trattare il tema centrale della serata, parlando in particolare del ruolo attivo della Chiesa nel contrasto alla disoccupazione.
«Come Chiesa – afferma don Angelo – abbiamo una parola certa e fondata che infonde fiducia e speranza: il Vangelo di Gesù che mette al primo posto Dio e quindi la dignità di ogni persona umana, il valore della vita, della famiglia, del lavoro, della solidarietà, della sussidiarietà, il servizio per il bene comune, per la giustizia e la pace, per la custodia del creato».
È necessario evidenziare la centralità della persona nelle scelte economiche e il senso di responsabilità nei confronti del lavoro, far sì che si dispieghi fattivamente il ruolo sociale della famiglia, contrastare il dilagare dell'illegalità, farsi carico delle future generazioni con una doverosa cura del creato, superare i divari interni al Paese, aiutandolo ad aprirsi agli orizzonti della pace e dello sviluppo mondiale, sfruttando le opportunità positive della globalizzazione e promuovendo un ordine più giusto tra gli Stati».
Don Angelo affronta anche il rapporto tra famiglia e lavoro, alla luce della dottrina sociale della Chiesa: e in questo senso un esempio della profonda unità tra lavoro e famiglia si ritrova nel Progetto Policoro promosso dalla Chiesa. «Questo – spiega il sacerdote reggino – è un segnale concreto di rinnovamento e di speranza che hanno per protagonisti i giovani. Con l'intento di affrontare il problema della disoccupazione giovanile, il Progetto Policoro attiva iniziative di formazione a una nuova cultura del lavoro, promuovendo e sostenendo l'imprenditorialità giovanile e costruendo rapporti di reciprocità e sostegno tra le Chiese del Nord e quelle del Sud, potendo contare sulla fattiva collaborazione di aggregazioni laicali che si ispirano all'insegnamento sociale della Chiesa. Il primo grande risultato del Progetto sono le persone».
«Il Progetto – prosegue il sacerdote – ha permesso a migliaia di giovani di essere se stessi, di esprimere i loro talenti e li ha resi persone capaci di relazioni ecclesiali e sociali autentiche e di promuovere sviluppo. Il disoccupato di ieri è, oggi, un cooperatore o un piccolo imprenditore, sposato, padre di famiglia con figli. Risolvendo il problema lavorativo si è risolto il problema familiare e generativo. Il secondo risultato sono le imprese sorte: centinaia e centinaia di cooperative. In esse prevale la presenza lavorativa di giovani, anche disabili, delle donne e l'utilizzo di risorse e beni diocesani e anche di terreni e beni sottratti alla mafia. Sono questi i gesti concreti, da cui sicuramente può nascere la speranza».
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