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Unimondo 19 Settembre 2011
La crisi che stiamo attraversando non ci pone unicamente problemi di carattere economico. Come sempre accade quando si entra in una fase di instabilità dei mercati lunga e complessa, ad essere investito è l’intero tessuto della convivenza e quasi sempre le conseguenze sul piano politico e sociale di un momento di depressione economica sono molto più profonde e durature di quelle finanziarie. Il problema è che mentre i mercati sono sempre più fluidi, i cambiamenti sociali tendono, vinta l’inerzia iniziale, a consolidarsi e a permanere nel tempo.
È questo il motivo per cui è importante chiedersi quali siano i contraccolpi a lunga scadenza di una crisi e quanto incidano sul tessuto sociale i provvedimenti messi in atto per farvi fronte. Per tale ragione, a distanza di tre anni dai primi sintomi della crisi attuale, metterei l’accento su due fenomeni che a essa sono connessi e che portano con sé non pochi rischi per la stabilità economica e politica del nostro Paese.
Il primo è lo scollamento fra politica e Paese reale, soprattutto se si guarda il giudizio espresso sul Parlamento e sul Governo. Il problema è molto serio e si trascina da tempo, poiché non si può ignorare troppo a lungo l’esigenza di mutamento qualitativo della politica che deriva dall’impressione che le risposte non siano all’altezza delle sfide. L’esito dei referendum, al di là di ogni aspettativa, ha messo in luce non solo il desiderio di cambiamento, ma anche la capacità di mobilitazione democratica e nonviolenta attorno ai grandi temi del futuro del Paese. Questo risultato, accanto alla crescita della lista “antipolitica” di Grillo e allo spostamento degli equilibri nelle elezioni amministrative, ha messo in rilievo un’esigenza di novità e di partecipazione diretta alla vita politica che non può essere in eterno accantonata, a meno che non si metta in conto un’ulteriore grave frattura fra i cittadini e le istituzioni e il rischio di una protesta incontrollabile.
Su un altro versante, dobbiamo fare i conti con una pressante richiesta di riduzione dei costi della politica. Tale riduzione, in una situazione nella quale si chiede in particolare ad alcune categorie di cittadini di fare dei sacrifici per uscire dalla crisi, deve essere adeguata, onesta, trasparente. L'appello a ridurre i costi della politica non può essere liquidato come semplice demagogia: esso è il termometro della concretezza della crisi e della percezione di inadeguatezza della politica. Qui, lo ripeto, si deve essere molto seri e mettere in atto un piano immediato di revisione dei costi della politica per mantenere almeno un minimo di credibilità. Non ha nessun senso prevedere tagli che coinvolgeranno la classe politica prossima ventura: non c’è niente di peggio che promettere riduzioni di parlamentari, di stipendi, di privilegi dalla prossima legislatura.
In una situazione di crisi occorre toccare anche i cosiddetti “diritti acquisiti”, perché questo è esattamente quello che viene chiesto ai cittadini (si pensi al blocco degli stipendi, agli spostamenti dell’età pensionabile, alla riduzione delle detrazioni). Ciò che il Paese chiede è un segnale forte ora, che abbia valore non solo simbolico e che tocchi in maniera consistente privilegi che non sono mai stati giustificabili. Questo non significa abbandonare il progetto di una revisione più complessiva della struttura politica – si pensi alla proposta di abolizione delle province, o di riduzione del numero dei parlamentari, o di revisione dei vantaggi economici dei politici –, ma non si deve, se si vuole essere credibili, rimandare il ridimensionamento dei costi della politica a provvedimenti che incideranno solo fra qualche anno sul bilancio dello Stato.
Se non si farà un reale passo indietro, dando segnali forti e tempestivi, c’è il rischio di una delegittimazione che va ben oltre i partiti di governo e la mancanza di credibilità politica è un fattore che incide non poco sulla stabilità sociale, sui processi di ripresa economica e sul prestigio internazionale di un Paese.
Il secondo aspetto riguarda la questione del welfare. In una situazione di crisi, il tema dell’equità e della giustizia sociale diventa essenziale tanto in termini di prelievo, quanto di garanzia per il futuro. Sul versante del prelievo è necessario avere il coraggio di far pagare a tutti, e non solo ai redditi da lavoro dipendente, il costo di uscita dalla crisi, evitando di usare pesi e misure diversi e accettando l’impopolarità di provvedimenti che toccano anche il patrimonio.
Se non si impone a tutti una politica di rigore, c’è il rischio che le classi più fragili, le famiglie monoreddito, i giovani, paghino in realtà tre volte: la prima nel momento in cui si trovano colpiti sul versante del reddito, che è bloccato o addirittura ridotto a causa della riduzione delle detrazioni; la seconda perché in una situazione di crisi la riorganizzazione dei servizi tende a diminuirne la quantità e rischia di ridurne la qualità; la terza perché l’aumento di costi e tariffe, molto più veloce degli incrementi di reddito, colpisce percentualmente in maniera più pesante i più deboli.
Non deve stupire, in questo quadro, che si torni a parlare di una società caratterizzata da una nuova divisione di classe che vede da un lato una piccola minoranza di ricchi e dall’altro una crescente massa di persone che fanno fatica, che si sentono il fiato sul collo, che non ce la fanno, e sulle quali, ancora una volta, si fa pesare il prezzo dell’uscita dalla crisi. E ciò che è più drammatico è il fatto che questa nuova classe a rischio in ragione della sua eterogeneità non ha quasi rappresentanza e quindi non riesce a rivendicare i propri diritti.
Non credo che la via d’uscita sia solo di carattere economico. Al contrario, ed è questo che ci potrebbe garantire un futuro, è necessaria una nuova cultura della legalità, che metta severamente al bando la logica dei furbi, dei prepotenti, degli egoisti e dei bugiardi così drammaticamente diffusa nel nostro Paese, come ha messo recentemente in luce il Censis. Ed è irrinunciabile un’etica pubblica che ponga al centro cinque valori: l’onestà, l’assunzione della responsabilità personale, la sobrietà, l’equità e la ricerca del bene comune come orizzonte nel quale collocare ogni progetto personale.
Certo, anche quando la casa sta crollando c’è sempre chi mette stupidamente a repentaglio la propria vita e quella degli altri per trarre in salvo i propri beni, ai quali ha ancorato l’esistenza. Oggi, però, abbiamo veramente bisogno d’altro.
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