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Ticinonline 05 Agosto 2011
- L'Unione sindacale svizzera (USS) teme un aumento del dumping salariale a causa dell'apprezzamento del franco. Esige pertanto dalla Banca nazionale svizzera (BNS) l'introduzione e il mantenimento di un tasso di cambio di 1,40 franchi per un euro.
"La politica del 'lasciar fare' si pagherà con la sparizione di numerosi posti di lavoro", ha avvertito oggi a Berna il presidente dell'USS Paul Rechsteiner. L'organizzazione sindacale ha ricordato che già oggi numerosi lavoratori subiscono le conseguenze dolorose del franco forte: prolungamento della durata del tempo di lavoro, delocalizzazioni, riduzione dei salari in generale e di quelli dei frontalieri in particolare.
Per il capo economista dell'USS, Daniel Lampart, "è illecito abbassare gli stipendi dei frontalieri, ancorarli all'euro o versarli in euro". I nuovi contratti sono particolarmente esposti a queste pratiche, ha aggiunto. Secondo Rechsteiner, se il fenomeno del rafforzamento del franco perdurerà, il clima di lavoro scadrà e, nella peggiore delle ipotesi, si arriverà a una deindustrializzazione e a una crisi economica in Svizzera. L'USS reclama pertanto un aumento del numero di controlli per combattere il dumping salariale.
Parallelamente alla lotta contro gli abusi, l'organizzazione sindacale ribadisce la sua richiesta alla BNS di fissare il tasso di cambio a 1,40 franchi per un euro. Attualmente la valuta elvetica è sopravvalutata del 20%, ha aggiunto Lampart. Nel pomeriggio la moneta unica europea si negoziava attorno a 1,11 franchi.
Secondo Lampart, "occorre riformulare chiaramente gli obiettivi della politica monetaria e modificare o estendere la strategia in questo ambito". Il capo economista dell'USS preconizza di "associare questo nuovo orientamento a misure ad hoc sul mercato delle valute, che potrebbero contemplare anche controlli amministrativi estesi del traffico dei capitali in materia di derivati per il franco".
L'USS si basa su un'analisi condotta dal consulente Michael Bernegger, che aveva lavorato come analista in seno alla BNS tra il 1988 e il 1995. A suo avviso, come aveva fatto in passato con il marco, la Banca nazionale è oggi in grado di definire esplicitamente un tasso di cambio fisso con l'euro. Secondo l'organizzazione sindacale, i timori di una spirale inflazionistica sono esagerati.
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