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Roma, 1 settembre 2011 (TMNews)
- Quello sui salari è solo uno dei dati presi in considerazione dalle Acli per mostrare le difficoltà e le contraddizioni di un mondo del lavoro "scomposto", che necessita di una "profonda riorganizzazione". "Considerare la situazione attuale frutto esclusivo della congiuntura economica può essere fuorviante", dicono le Acli, che invitano a "non dimenticare i ritardi storici del sistema produttivo italiano".
Per esempio resta scarso il peso del settore ricerca e sviluppo all'interno delle imprese. I lavoratori della conoscenza nel settore privato in Italia sono poco più di centomila, di cui 35mila ricercatori, 41mila tecnici e 24mila altri addetti alla ricerca. Comparando i dati con quelli di altri paesi a sviluppo avanzato, si nota che in Giappone il totale degli addetti è quasi sei volte superiore (683mila), tre volte in Germania (341mila).
Diminuiscono poi gli occupati di fascia alta, mentre cresce l'occupazione non specializzata. La composizione interna degli occupati presenta dualismi e divari "non più sostenibili", secondo le Acli, tra lavoratori più o meno garantiti. Quasi un lavoratore su quattro (23%) ha un'occupazione "non standard", ovvero non a orario pieno e non a tempo indeterminato: il 12%, pari a 2milioni e 700mila individui, è un lavoratore a tempo parziale, mentre l'11% è un atipico (tempi determinati e collaboratori).
Il lavoro a tempo parziale interessa maggiormente le donne: quelle che lavorano part-timer sono un milione e 800mila. Per gli atipici il rapporto di genere è pressoché pari mentre l'età evidenzia una buona quota di giovani (39%), ma soprattutto un'elevata percentuale di individui adulti (il 48% degli atipici ha tra i 30 e i 49 anni). C'è inoltre un esercito di "scoraggiati", circa un milione e mezzo, più del doppio della media europea.
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