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Play.it USA 05 Luglio 2011
“Stand”, resistere: stava scritto su alcune magliette indossate dai giocatori NBA, tra cui Kevin Garnett, Carmelo Anthony, accorsi a New York per le ultime trattative (inutilmente) tese a scongiurare un lockout nelle ultime settimane.
In questa parola si puo’ riassumere lo scontro epocale tra presidenti e giocatori NBA sfociato nel blocco (lockout appunto) di ogni attivita’, in primis la stagione dei free agent, in mancanza del CBA, ovvero il contratto collettivo che regola l’attivita’ di ogni sport professionistico americano, scaduto appunto il primo luglio.
Premettiamo subito che lo scopo dei proprietari e’ invertire il trend attuale, che porta le franchigie NBA a perdere intorno ai 300 milioni l’anno, in particolare ovviamente quelle che appartengono agli small-markets, cioe’ le piccole aree metropolitane come Memphis Milwaukee, New Orleans, mentre i giocatori non sono convinti sia delle cifre indicate come perdite, sia che debbano essere loro a rimetterci,
Vediamo di approfondire i punti in discussione.
Salary Cap e ripartizione degli utili
La proposta dei proprietari NBA nelle due ultime settimane di giugno e’ stata di un flexi-cap, ovvero di un tetto salariale piu’ duro del precedente, ma con dei margini di flessibilita’ molto alti. Cioe’ un tetto di 62 milioni, rispetto agli attuali 58, e con un limite non solo massimo ma anche minimo in cui “navigare”, un po’ come come il salary cap NFL che, per evitare di avere squadre non competitive, prevedeva un livello minimo di monte stipendi.
Questo flexi-cap dovrebbe durare 10 anni, e inserirsi all’interno dell’ancor piu’ delicata questione della ripartizione degli utili: attualmente il 57% dei proventi NBA va ai giocatori, che annualmente ricavano 2 miliardi di dollari tra salari e benefits.
Gli owners vorrebberlo ridurla di almeno 800 milioni annui, e di conseguenza ridurre il rapporto 57-43 a favore dei giocatori. Tanto che’ la controproposta del direttore esecutivo della NBPA, l’associazione dei giocatori NBA, Billy Hunter, di una riduzione di 500 milioni in 5 anni, e’ stata giudicata “insufficiente” dallo stesso Commissioner NBA David Stern, come anche una proposta all’ultimo momento di ridurre a 54,3% la quota di utili per i giocatori non ha convinto i proprietari a riprendere le trattative. Inutile dire che i giocatori avevano subito rifiutato il flexi-cap, giudicandolo un hard-cap mascherato.
Contratti garantiti e altre controversie
Un passo in avanti, sempre nelle ultime settimane, si era fatto con la rinuncia dei proprietari all’introduzione nell’NBA di contratti non garantiti, come nell’NFL, dove di fatto dall’oggi al domani si puo’ “tagliare” qualunque giocatore, senza corrispondergli l’intero stipendio: non a caso l’NBA e’ diventata la lega professionistica al mondo piu’ players oriented.
Il cambiamento sarebbe nel passare dai sei anni di contratto per un rinnovo di contratto, a 5, e per un accordo con una nuova squadra a 3 anni dagli attuali 5. Questo per evitare concentrazioni di star tipo Miami Heat, e ritornare a legami di fedelta’ con la squadra originaria del giocatore. In verita’ su questo punto, come su altri punti tecnici (percentuale al giocatore nel caso di trasferimenti), le differenze sono superabili. Vediamo quindi di analizzare le distanze tra giocatori e proprietari.
I motivi di uno scontro
Come ha detto David Stern, “non mi preoccupano le divergenze, mi preoccupa che tra noi e i giocatori ci sia una diversa concezione del futuro dell’NBA”, le posizioni sono veramente lontane, e non solo dal punto di vista economico.
Ed e’ proprio sulla ripartizione delle entrate NBA tra le diverse franchigie che si sono appuntati i sospetti dei giocatori. In sostanza, quest’ultimi ritengono, non del tutto a torto, di dover sapere quanti soldi vanno alle squadre piu’ piccole, proprie quelle che da un taglio salariale avrebbero molti vantaggi.
Il problema ben si pone, essendo l’NBA molto distante dall’NFL, dove l’80% dei guadagni derivanti non solo dai diritti tv, ma perfino dal merchandising e dalle carissime tribune vip allo stadio viene ripartito tra le 32 franchigie: mentre l’NBA redistribuisce fondi provenienti solo dalle squadre che arrivano alla luxury tax. In sostanza, e alle porte di un succoso nuovo contratto tv, i giocatori non credono in una NBA in perdita, o che comunque debbano rimetterci soltanto loro.
Prospettive future
Derek Fisher, play dei Lakers ma soprattutto presidente dell’associazione giocatori NBA, era stato chiaro: “Non accetteremo un brutto contratto per negare un lockout”, e come ha ribadito il vero uomo forte della NBPA, il direttore esecutivo Billy Hunter, che negozio’ gia’ per i giocatori nel precedente lockout del 1998, “alleggeriremo le nostre posizioni quando i proprietari alleggeriranno le loro”.
Sembra almeno scongiurata la vera bomba atomica che aleggia sulla lega, ovvero la decertificazione da parte dei giocatori: in sostanza, come avvenuto gia’ per l’NFL, consisterebbe nell’appellarsi ai giudici federali rinunciando a negoziare tramite i propri rappresentanti, per far giudicare illegittimo il lockout da parte dei proprietari.
In questo modo, pero’, si allungherebbero ulteriormente i tempi, che non a caso nel football parlano di 100 giorni di blocco di ogni attivita’, senza che un accordo sia ancora veramente vicino.
Il problema e’ che il dialogo e’ sembrato non bastare nell’NBA, e che anche senza decertificazione un accordo arrivera’ solo tra mesi. Gli owners NBA sembrano pronti a tutto, anche a perdere meta’ stagione, pur di ottenere il miglior accordo, e il rischio e’ di arrivare a gennaio senza che la stagione sia iniziata.
Pessimismo esagerato: forse, ma il rischio di parlare di basket a tavolino ancora per molto sembra essere veramente reale…
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