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Visualizza articolo: I dipendenti della Provincia: “Bersagli della politica”

lecce 21 Giugno 2011

I 36 lavoratori dell’Ente che non ci stanno a vedere annullate le stabilizzazioni dei loro contratti, protestano contro l’amministrazione Gabellone. Oggi primo sit-in in via Umberto. Domani si replica
LECCE - I protagonisti della scena, oggi, sono loro: i 36 dipendenti della Provincia di Lecce che rischiano l’annullamento dei propri contratti a tempo indeterminato, se l’Ente dovesse dare seguito formale alle proprie decisioni (assunte dopo il parere di una consulente esterno che ha ritenuto illegittimo il percorso di stabilizzazione inziato nel 2009), ma sulla cui “sostanza giuridica” i sindacati hanno avuto molto da obiettare.

Così, dopo le riunioni, le assemblee e la solidarietà raccolta anche dalle forze politiche d’opposizione, hanno scelto la strada della mobilitazione con il primo sit-in di protesta organizzato in via Umberto I, proprio di fronte agli edifici di quell’amministrazione guidata da Antonio Gabellone di cui si sentono “vittime e bersagli politici ingiustificati”.

“Qual è l’interesse pubblico che si cela dietro il mio licenziamento e futura riassunzione con un contratto di collaborazione? Quale il vantaggio economico?”, si chiede una dipendente del servizio informatico.

Al suo sasso lanciato nello stagno dell’indifferenza, si aggiungono quelli di tanti colleghi cui è toccata la stessa sorte e per motivazioni, che a parere unanime dei sindacati, sono di natura squisitamente politica. Ci sono i lavoratori dell’ufficio ambiente, i custodi, i dipendenti del progetto “Libera”che offrono protezione sociale alle vittime della tratta di schiave.

E poi una neo-mamma che si è sentita crollare il mondo addosso e un dipendente, il custode di una scuola con una lunga storia di reperibilità notturne e straordinari divenuti la regola, una storia lunga vent’anni da raccontare.

E questo solo per citare alcuni dei 36 dipendenti, tutti assunti con regolare concorso interno (“e non per raccomandazioni o conoscenze”, ci tengono a dire) e poi strappati alla piaga del precariato nel 2009, con le stabilizzazioni avviate dall’allora giunta di centro sinistra guidata da Giovanni Pellegrino.

Sulla base di quest’unica certezza, molti hanno costruito le fondamenta della propria famiglia, a volte monoreddito, spesso costretta a tirare avanti con 700 euro al mese, “ma fintanto che c’è il lavoro e uno stipendio sicuro, passa tutto in secondo piano”.

Poi la svolta, inattesa e improvvisa, su quel percorso che portava alla stabilità. E la rabbia che li ha portati a essere in strada, oggi, ad organizzarsi con i turni part-time per darsi il cambio nel presidio. Ora si dicono disposti a tutto per non vedersi portato via quel diritto faticosamente conquistato.

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