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Roma, (TMNews) 29 Marzo 2011
- La Fim-Cisl ha presentato i risultati di un'indagine sulle condizioni di lavoro in 16 aziende multinazionali metalmeccaniche, a casa madre o fornitrici d'imprese italiane (totale 12.470 addetti), che operano nel Guangdong in Cina. La crisi, ha evidenziato il report, ha colpito anche la nota regione della Cina, conosciuta come la 'fabbrica del mondo'.
Il numero di disoccupati ha infatti raggiunto i tre milioni, mentre quasi 20mila fabbriche sono state chiuse e il tasso di crescita economica è diminuito di oltre il 20%. Dopo il maggio 2009 molte delle imprese export-oriented sono tornate a crescere, ma la ripresa economica non ha portato un miglioramento delle condizioni di lavoro.
"E' evidente - ha detto Gianni Alioti, responsabile dell'ufficio internazionale della Fim - che in Cina lavorare e vivere in condizioni dignitose rimane ancora poco più di un sogno per la maggioranza dei lavoratori. La maggior parte delle aziende coperte dalla nostra indagine non rispetta né i principi degli standard internazionali del lavoro né le linee guida dell'Ocse".
Per esempio, molte delle aziende prese in considerazione garantiscono salari e welfare sotto gli standard minimi; impongono eccessivi orari di lavoro; violano la libertà di associazione, di contrattazione collettiva e persino le norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro.
Secondo il segretario generale della categoria dei metalmeccanici della Cisl, Giuseppe Farina, "la dimensione nazionale dell'azione sindacale non è più sufficiente da nessuna parte del mondo globalizzato per garantire accettabili condizioni di lavoro e per evitare che la concorrenza sui mercati avvenga attraverso la compressione dei diritti".
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