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Visualizza articolo: L'Egitto in sciopero: dopo la libertà, salari migliori. E ora tocca all'Iran

La Stampa 15 Febbraio 2011

Qualcuno riuscirà e qualcun'altro no, ma l'onda lunga della tunisia non accenna a fermarsi. ora tornano in piazza i ragazzi di teheran e temo, ahime, che difficilmente ci sarà qualcuno a poterli raccontare. in tunisia e in egitto e in giordania si entra senza visto, per lo yemen si fa tutto all'areoporto senza difficolta, in algeria serve ma qualche rara volta viene concesso (l'ho chiesto da tempo e sono in attesa), anche in siria è necessario ma non impossibile da ottenere. in iran adesso non ci sono possibilità di avere il visto e andare a vedere cosa succede. nessuna. nonostante il controllo e la repressione però, nessun regime si sente più al sicuro: se anche dovessero poi incartarsi nell'implementare la democrazia, la tunisia e l'egitto hanno dimostrato che oggi, per mille ragione, si possono cacciare moloch apparentemente eterni come ben ali e mubarak. stiamo a guardare. eccovi qualche aggiornamento sulla situazione in egitto:

Il giallo su Mubarak
Sul serio Mubarak sta morendo?», domanda il matematico 21enne Saied Aboulsaad. Ma senza neppure aspettare la risposta torna alla sua occupazione, passare una mano di nero sul corrimano della metro di piazza Tahrir, ormai riconquistata dagli automobilisti. Il giallo sulle ultime ore del Faraone, che secondo il quotidiano Al Masry Al Youm sarebbe in coma nella villa di Sharm el Sheikh, appassiona gli occhialuti lettori di giornali acquartierati al caffè Groppi a bere te alla menta e interrogarsi sulla sorte dell’antico nemico: aveva davvero un tumore al pancreas? E’ ancora in Egitto o si trova nell’Emirato di Sharjah? Ha accanto la moglie Suzanne e il figlio Alaa? Fuori, nelle strade dove i ragazzi hanno combattuto per il futuro, la Storia non si ferma e ha già archiviato l’ex presidente. Basta dare un’occhiata alle bancarelle dei libri per capire che l’epica rivoluzionaria è l’unica che conta: in due giorni il proprietario della Madbouly Bookshop ha venduto almeno un migliaio di copie del nuovo saggio di Abd Ahlim Qanadil «Karta Akmar», cartellino rosso. Altra new entry richiestissima è la biografia di Atatürk.

La moda dei cortei
Gli ultimi dimostranti stanziali hanno lasciato ieri piazza Tahrir, dove le ruspe sono ripartite con i lavori per il parcheggio sotterraneo da oltre mille posti iniziati due anni fa e sospesi il 25 gennaio. Per ore però, piccoli cortei con percorsi e richieste differenti hanno dribblato il traffico ricordando che la protesta è tutt’altro che conclusa. «Polizia e popolo una sola mano» urla un giovane scalmanato seguito da un centinaio di agenti. «Esercito e popolo una sola mano» replicano un manipolo di donne velate facendo il segno di vittoria all’indirizzo dei tank davanti al Museo Egizio. «Fuori il governo illegittimo» insistono gli studenti come l’aspirante ingegnere Yahaya Samir, preoccupati che i militari si spartiscano i ricavati della rivoluzione. «Sono confusi, tutti lo siamo» sospira osservandoli il pensionato Adel. La libertà a lungo negata dilaga incontenibile: chiunque abbia un’opinione, una rivendicazione, una lamentela, afferra il megafono per dire che esiste.

A braccia incrociate
L’economia egiziana è in affanno. Il Paese deve recuperare la fuga di capitali che nei momenti più caldi della protesta ha raggiunto il miliardo di dollari al giorno. La speranza è che con gli investitori stranieri torni a casa il patrimonio di Mubarak, che si favoleggia oscilli tra i 3 e i 70 miliardi di dollari. Ma il Paese che ha impiegato soli 18 giorni ad abbattere il regime ha fretta. Al Cairo come ad Alessandria si moltiplicano gli scioperi. «Non siamo più disposti a sgobbare per 300 pound al mese (circa 40 euro)» spiega il tramviere Mahmoud davanti alla tv di Stato, sulla Corniche. Samira, infermiera dell’ospedale al Azhar, ne prende ancora meno: «Con 200 pound non riesco neppure a fare la spesa». Certi di poter incrociare le braccia senza rischiare l’arresto, i lavoratori egiziani picchettano perfino le piramidi e brindano al siluramento del presidente della Egyptair Alaa Ashour, prima vittima dei «consigli di fabbrica». L’esercito però mostra segni di nervosismo. Il comunicato numero 5 del Consiglio supremo delle forze armate denuncia gli «effetti nefasti» degli scioperi e ricorda piano agli egiziani chi comanda.

La paura dei militari
«La rivoluzione non è compiuta, non possiamo fidarci al 100% dei militari» ammette la giovane giornalista di al Ahram Marwa Hussein. Il Nobel Mohamed El Baradei non smette d’invocare il coinvolgimento dei civili perché «l’esercito non può guidare le danze» e anche i più ottimisti soccombono all’inquietudine. «Non sono tranquillo» confida l’imprenditore 30enne Mohamed Salam a margine di una conferenza della Egyptian Investor Relations Association. Certo, i cyberattivisti hanno incontrato ieri i militari del consiglio supremo per fissare un tempo massimo di 9 mesi alla transizione e il blogger Wael Ghonim si dice convinto che «l' esercito non vuole restare al potere». Sarà davvero così? In caso contrario, giura Marwa, «conosciamo ormai la strada per piazza Tahrir».

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