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Avanti 01 Febbraio 2011
Della Cina, un Paese grande quasi come un continente, l'Occidente ha una percezione paradossale. Se ne parla molto, ci si accontenta di dire che in Cina c'è meno libertà che in Occidente e poi magari, contemporaneamente, si esaltano i progressi economici raggiunti da Pechino.
Il Dragone è visto solo come un mercato, un posto dove fare affari, un luogo dove localizzare attività produttive. Le autorità di Pechino, quindi, hanno consapevolmente incontrato un Occidente attratto unicamente dal profitto e con esso hanno stabilito un rapporto basato su interessi comuni e convergenti. Lo dimostrano due recenti avvenimenti: il vertice Ue-Cina del 6 ottobre 2010 e la visita del presidente cinese Hu Jintao a Barak Obama il 20 gennaio scorso. Nel confronto Europa-Cina, lo yuan è stato al centro delle tensioni e ha dominato anche l'ottavo vertice di Unione europea e Asia, l'Asem, tenutosi a Bruxelles. In tali occasioni la questione dei diritti umani è stata appena sfiorata.
A Washington i due leader dei Paesi più potenti del mondo si sono incontrati per parlare delle loro economie e degli investimenti possibili. Sul tavolo c'era anche un tema che sta molto a cuore al presidente degli Usa: i diritti umani. Evasiva la risposta di Hu Jintao, che ha preferito soffermarsi sui temi a lui più cari, come l'economia, gli investimenti e la crescita: "Il problema dei diritti umani è molto sentito dalla Cina, che ha fatto enormi progressi al riguardo, e che deve essere affrontato riconoscendo e rispettando il diritto alla sovranità", ha dichiarato.
Ormai tutti sanno che la Repubblica cinese è stata in grado di coniugare mercato e amministrazione, centralizzazione e decentralizzazione, capacità manifatturiera e sapere scientifico, Stato e società. Negli ultimi vent'anni, la Cina ha fatto segnare ritmi di crescita tali da consolidare un peso sempre più determinante nel quadro dell'economia mondiale; ad oggi, dispone di un mercato interno potenzialmente immenso, in grado di suscitare l'interesse delle grandi imprese straniere e delle economie mondiali. Per l'insieme di tali ragioni, salvo crisi o crolli sempre possibili, l'Impero cinese rientra certamente nel novero delle grandi potenze mondiali.
Dal punto di vista economico, la Repubblica popolare cinese ha viaggiato a ritmi notevoli: tutti i propri maggiori porti (Hong Kong, Shangai, Canton, Dalian) sono tra i primi 50 containers-ports nel mondo, in cui transitano ogni anno oltre 100milioni di tonnellate di merci. Nel 2007 la Cina ha incrementato il Pil dell'11,4% rispetto al 2006. Il reddito è salito a 5,13 migliaia di miliardi, con un incremento di oltre il 40%. Il reddito pro-capite degli abitanti delle zone urbane è aumentato del 12,2%, mentre quello delle aree rurali del 9,5%. E il governo di Pechino punta a quadruplicare nel 2020 il prodotto interno lordo del 2000.
Cinquant'anni fa nessuno pensava che la Cina avrebbe avuto un così rapido sviluppo economico. Nessuno, allora, poteva prevedere che lo sviluppo economico e lo status politico della Cina avrebbero fatto un balzo così ampio in così poco tempo aggiudicandosi un ruolo economicamente importante sulla scena internazionale e candidandosi come la seconda superpotenza mondiale dopo gli Stati Uniti. Dopo la revoca, negli anni '80, dell'embargo dell'Unione europea alla vendita di armi, le riforme economiche e il formidabile sviluppo hanno permesso alla Repubblica popolare cinese di rientrare sulla scena mondiale, stringendo proficui rapporti con l'Europa, gli Stati Uniti e la Russia. L'impegno della Cina a diventare una grande potenza entro questo secolo riassume e condiziona tutta la politica, all'interno e all'esterno. Nell'arco di vent'anni, il Partito si è mostrato straordinariamente capace di imporre la sua autorità, malgrado lo sviluppo e la crescita dell'economia di mercato nonché la trasformazione della società cinese.
Rimane un fatto. Se da un lato, la Cina, è un grande Paese destinato a diventare nei prossimi anni una potenza dominante nel pianeta, dall'altro è un Paese che si muove con difficoltà dal punto di vista del rispetto dei diritti civili e politici. A più di mezzo secolo dall'inizio dell'occupazione cinese in Tibet, il clima di repressione imposto dalle autorità continua ad essere pesante, così come l'ostilità che i tibetani provano nei confronti degli occupanti cinesi è tangibile. La regione autonoma del Tibet, situata nel sud-ovest della Cina, è famosa nel mondo per il suo paesaggio innevato e la sua intensa atmosfera mistica. Negli ultimi anni, le discussioni sui diritti umani hanno fatto di questa terra un punto focale dell'attenzione della comunità internazionale. Le violazioni dei diritti umani che si rilevano nella regione tibetana, sostiene Amnesty International, sono le stesse che si verificano in tutto il territorio della Repubblica popolare cinese esacerbate, però, dalla presenza di un movimento indipendentista attivo e visibile anche all'estero.
Oggi, la Cina sottolinea l'appoggio che il Dalai Lama riceve dagli Stati Uniti e considera gli esuli tibetani come pedine americane per un'altra "rivoluzione arancione" o per disgregare la Repubblica popolare, sul modello della Jugoslavia. Il Dalai Lama, capo spirituale del popolo tibetano, in esilio dal 1959 a Dharamsala (India), ha più volte invitato al dialogo il regime cinese, invocando per il Tibet una "genuina autonomia". I colloqui tra emissari del Dalai Lama e governanti di Pechino, però, non hanno sortito alcun risultato. Sebbene il Dalai limiti sempre di più la sua figura a elementi spirituali, Pechino ne sottolinea sempre lo spessore politico e critica chiunque lo sostenga all'estero.
Sono trascorsi cinquant'anni dalla fuga del Dalai Lama, durante i quali il Tibet ha assistito a enormi cambiamenti: la Cina ha compiuto grandi investimenti per lo sviluppo del Tibet. Lhasa è diventata una metropoli, come tante città cinesi. Il governo ha scoperto che la prosperità economica soffoca più efficacemente delle mitragliatrici e dei carri armati qualsiasi pretesa di democrazia o autonomia regionale, ma i tibetani che osano mettere in discussione l'occupazione vengono trattati ancora con la stessa brutalità. Rimango nette le mire espansionistiche dei cinesi. Il Tibet è l'avamposto strategico nel cuore dell'Asia, a cavallo fra India, Nepal e Pakistan, è uno snodo strategico verso i Paesi dell'ex Unione sovietica. Oltre alle valenze geografico-politiche, i cinesi hanno forti motivazioni economiche che li spingono a rimanere presenti sul territorio: prima fra tutte, la possibilità di sfruttare le risorse naturali, di cui l'area è ricca.
Da questo punto di vista, l'interesse internazionale è che Pechino mantenga il suo ruolo di punto di riferimento dell'area e, nello stesso tempo, il pur ribadito impegno verso il Tibet - comunque non rivolto all'indipendenza dello stesso - viene sacrificato a necessità economiche ben più concrete: gli Stati Uniti, infatti, se per un verso hanno espresso solidarietà alla causa tibetana, dall'altro hanno necessità di ottenere da Pechino una fluttuazione della valuta cinese e un riequilibrio degli scambi commerciali, dato che la Cina ha un enorme surplus su Washington. Quanto all'Europa, la preoccupazione per il ristagno dell'economia da un lato, e per l'invasione dei prodotti cinesi dall'altro, fanno stemperare gli impegni presi a livello formale per il rispetto dei diritti umani in Cina e per la questione tibetana.
È come se in Cina convivessero due realtà. Da una parte 400 milioni di cinesi che, con lo sviluppo degli ultimi decenni, hanno raggiunto un livello di esistenza incomparabilmente migliore rispetto ai tempi di Mao, dall'altra 800-900 milioni di poveri (in primo luogo contadini) che in questa situazione continuano a pagare un prezzo sociale altissimo in quanto cittadini, al momento, totalmente esclusi da qualsiasi beneficio prodotto dalla crescita economica capitalistica. Un mix costituito da un sistema politico e sociale iniquo e repressivo che realizza, però, anche per questo i più alti tassi di crescita economica.
Siamo davanti a un gigante finanziario e produttivo che un giorno pare destinato a contendere il dominio del mondo agli Stati Uniti, mentre quello successivo rivela incredibili fragilità che fanno pensare a un possibile tracollo. Ma l'impostazione tutta commerciale delle reciproche relazioni ha spinto il regime a avanzare una precisa richiesta: europei e americani non si devono occupare degli "affari interni del Paese".
Ignorando o semplicemente criticando le diversità che la caratterizzano, la Cina erede del passato maoista resta una grande potenza militare ed economica, dove vige ancora, però, un regime ispirato al totalitarismo.
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