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Visualizza articolo: Quanto costa il lavoro all'estero?

Panorama on line 25 Giugno 2010

Dopo il braccio di ferro di Pomigliano, viene spontaneo chiedersi quanto possa costare la forza lavoro all’estero: spesso, infatti, la spada di Damocle che pende sulle teste dei lavoratori è quella di vedere l’intera produzione trasferita altrove nel caso in cui non vengano accettate condizioni contrattuali e salariali restrittive. Un simile calcolo non è semplice, ma una buona base per orientarsi può essere quella di confrontare i salari minimi garantiti dalle legislazioni dei vari Paesi del mondo.

Dai dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale, le sorprese non sono molte. A guadagnare di più, ovviamente, sono i lavoratori dei Paesi più industrializzati. I più fortunati sono quelli dell’Oceania. Un operaio al minimo salariale, infatti, in Australia prende più dell’equivalente di 19.000 dollari americani all’anno, secondo quanto stabilisce l’agenzia Fair Work Australia; in Nuova Zelanda, invece, oltre 17.000. Va ancora meglio ai lavoratori scandinavi, le cui retribuzioni sono lasciate alla contrattazione collettiva, ma che, in media, riescono a spuntare cifre superiori ai ventimila dollari americani. Ottimo pure il dato britannico: si parla di uno stipendio di quasi 23.000 dollari (anche se per 48 ore lavorative alla settimana). Non si possono lamentare neppure i francesi e gli statunitensi, cui viene assicurato di guadagnare l’equivalente di almeno 15.000 dollari.

Decisamente meno conveniente lavorare nei Paesi dell’Est europeo – dove non a caso sono state delocalizzate molte produzioni nazionali. In Polonia il salario minimo è di circa 8.000 dollari, in Ungheria di 6.500, in Romania soltanto di 3.500. E se si varcano i confini europei? In America del Sud il quadro è frastagliato: in Argentina i livelli sono gli stessi della Polonia, in Brasile invece quelli della Romania. In Africa esistono normative in materia, che garantiscono cifre al limite della sussistenza (dai 2.500 dollari del Sud Africa ai 500 del Rwanda), e che comunque vengono difficilmente rispettate. In Asia, invece, le leggi o sono poco generose (persino il Giappone garantisce un salario basso rispetto alla media dei Paesi più avanzati) oppure non ci sono affatto. E’ il caso dell’India e della Cina, dove la normativa è frammentaria o inesistente e in ogni caso difficle da far rispettare.

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