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Visualizza articolo: Terrorismo e precariato, Cannes decolla

Il Sole 24 Ore 21 Maggio 2010

Il primo giorno di alto gradimento (e godimento) arriva tardi in Costa Azzurra, in extremis, ma arriva. Dopo giorni più o meno deludenti, le ultime 24 ore hanno scosso il Festival di Cannes dal suo torpore artistico. E a farla da padrone è il tema del terrorismo, dal Carlos di Olivier Assayas, 319 minuti di biopic sul mito della lotta armata degli anni '70 e '80, realizzati per finire in tv in tre puntate su Canal +, fino al Fair game di Doug Liman, alle prese con una storia vera: il dramma di Valerie Plame Wilson, agente della Cia il cui nome è stato rivelato dall'interno dell'amministrazione Bush come vendetta alle posizioni pacifiste del marito, che sbugiardò i servizi segreti sull'uranio arricchito che sarebbe stato venduto dal Niger all'Irak. Infine, last but not least, arriva l'ultima opera italiana, e l'unica al concorso, La nostra vita di Daniele Luchetti. Una bella e dura parabola umana che nasce nella nuova periferia romana, una storia d'amore e di ri(s)catto sociale e morale. Un serio candidato alla vittoria finale e il protagonista, Elio Germano, sembra molto vicino a contendere a Javier Bardem la palma di miglior attore. "Per me è già una vittoria essere messo in gara con lui, indipendentemente da come finirà", dichiara proprio quello che insieme a Favino, Mastandrea, Santamaria e Timi forma l'olimpo del nuovo panorama attoriale italiano. Bravissimo nel rendere il suo Claudio, vittima di un lutto enorme (non ve lo diciamo, e cercate di non leggere la trama: la scriveranno tutti, ed è un peccato), sbagliato e umanissimo. La storia è semplice: Claudio non ha tutto quello che vorrebbe, ma ha le cose che contano. E lo sa. Una moglie meravigliosa- la bravissima Isabella Ragonese, con poche pose, simili nello spirito allo splendido inizio di Up, ci entra nel cuore e non ne esce più-, un amore ancora vivo, due figli che adora e uno in arrivo. E' felice, lo vedi da come fa l'amore e da come canta la splendida Anima fragile di Vasco Rossi, la prima volta con la compagna, e la seconda per lei, in una scena molto intensa che però si prolunga troppo. Qualcosa, però, arriverà a rompere l'idillio e la difficoltà di vivere in una Roma alienante e periferica si scaraventa sulle sue spalle. E diventa cattivo, per reagire, per rendere felici i suoi bambini, per non pensare. "Abbiamo cercato sugli annunci immobiliari le case che questa famiglia poteva permettersi. Li volevamo vivi, belli, si doveva avere empatia per un'Italia che non conosciamo e che spesso giudichiamo perchè non vota come noi, non va dove andiamo noi, non ha le nostre abitudini. Un difetto tipico della sinistra, che ormai gioca solo di sponda e rimessa senza fare proposte, e di un certo cinema". Daniele Luchetti va a fondo, si mette in gioco, come in Mio fratello è figlio unico ci fa immedesimare nel personaggio più scomodo. Che vive nell'Italia "che ti fa innamorare ma che ti fa venire anche tremendi mal di pancia, l'Italia che da quando è orfana delle ideologie e, quindi, di modelli di felicità, cerca solo i soldi", in un paese in cui la liceità dei comportamenti è un'opinione, in cui chi viene dal basso, forse, non avrà la cultura borghese, ma ha valori, famiglie, sentimenti più vivi. "Volevo guardare la nostra società- continua il regista- e sospendere il giudizio". Ci riesce benissimo lui a raccontare il nostro paese "simile al passato, ma in posti diversi: prima c'era la piazza come luogo d'incontro, ora il centro commerciale, l'illusione di essere ricchi per qualche ora", ci riescono meno Rulli e Petraglia la cui visione pur efficace narrativamente ma sempre più granitica, emerge in un finale un pò troppo risolto (forse causa della tiepida reazione della stampa: stasera tocca al pubblico). Ma è anche vero che l'equilibrio in quel caso è labilissimo: finire in tragedia alla Inarritu, e risultare eccessivo, o scegliere un lieto fine. Che alla fine così felice poi non è. "Volevo essere attento a non attribuire ai personaggi tratti comici o paternalisti, troppo rozzi o stereotipati. Ecco perchè non c'è un finale più forte. E se lo si vede in controluce, non è un lieto fine". Tutto gira in questa storia difficile, anche grazie a grandi interpretazioni. Ma se di Colangeli, Zingaretti, Montorsi, Ragonese e Germano si conosce il talento, è il fratello del protagonista, Raoul Bova, a rappresentare la vera sorpresa, disegnando e indossando il personaggio perfettamente.
E sembra adattarsi come un vestito su misura anche il personaggio di Joe Wilson a Sean Penn in Fair Game. Assente alla presentazione, con il suo impegno civile e pacifista non poteva che essere l'inevitabile protagonista di questa storia vera. Valerie Plame Wilson vide la sua vita distrutta per i veleni provenienti dalla Casa Bianca: agente segreto, ai vertici operativi della Cia, vide la sua identità svelata su un giornale, su soffiata dell'entourage presidenziale (tutti puntano tuttora su Rove, forse imbeccato da Cheney). A interpretarla sul grande schermo Naomi Watts che appunto si vede colpita per le posizioni del marito Joe: usato dalla Cia per indagare in Niger sulle armi di distruzione di massa, osò svelare l'inganno politico della guerra in Iraq.

Washington cerca, attraverso Hollywood (e viceversa, ricordate il cinema "embedded"?) una nuova verginità, e torna a breve giro di posta sull'argomento armi di distruzioni di massa e sul governo che cercando di esportare la democrazia, ha importato bugie. Se il recentissimo Green Zone raccontava l'inutile ricerca sul campo della "pistola fumante", qui si racconta il lavoro di intelligence ad esso precedente. E non dev'essere un caso che i due registi di questi lungometraggi siano Doug Liman e Peter Greengrass, ovvero i due cineasti che hanno realizzato la saga più feroce sulla Cia e i suoi fratelli, quella di Jason Bourne. "Bello, dopo tante donne problematiche, avere a che fare con Valerie: è complessa, ma anche calma e forte. E con coraggio ha lottato per la verità". "Non è un film strettamente politico- interviene il regista- ma un thriller che ci insegna qualcosa che va oltre le fazioni politiche. Alla base della democrazia c'è sempre la verità. E bisogna lottare, quindi, per essa". Il film è un'opera di genere classica e a volte piatta, con la struttura tipica degli anni '70. Non un capolavoro, ma un racconto efficace e diretto.

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