|
Europa on the Web 08 Gennaio 2010
Il 3 gennaio, giorno funesto nella storia d’Italia se ci si ferma a quello del 1925 con le famigerate leggi liberticide di Mussolini, è stato in questo 2010 un giorno positivo nel rapporto informazione-paese, grazie al titolo d’apertura del Corriere della Sera: “Fisco ingiusto sul lavoro”.
Il quotidiano riportava i giudizi di sindacalisti, imprenditori, politici sui dati 2009 dell’Agenzia delle Entrate, che lo stesso quotidiano aveva anticipato. I dati dicono che il 10 per cento dei contribuenti ha pagato oltre il 50 per cento delle tasse. In un commento di Maurizio Ferrera si leggeva che siamo il paese delle disuguaglianze, il reddito medio di un lombardo è doppio rispetto a quello di un calabrese, il 20 per cento dei più ricchi ha un reddito di 5,5 volte maggiore rispetto al 20 per cento dei più poveri (la media Ue è del 4,8), la possibilità di andare all’università è, per i figli di genitori abbienti, otto volte superiore a quella degli altri (dilapidazione di capitale umano, che è tra le cause della più debole crescita dell’Italia).
Insomma, «l’Italia rischia il circolo vizioso, in cui disuguaglianza sociale e ristagno economico si rafforzano a vicenda». È lontano e rinnegato il tempo in cui Einaudi difendeva la tassa di successione come unica tassa liberale, perché «riduce le disuguaglianze dei punti di partenza».
Così si torna all’eterno problema della compatibilità fra liberaldemocrazia e ingiustizia sociale e fiscale.
Tremonti dà per imminente la riforma (in memoriam del “Meno tasse per tutti”). Il primo a dire di no è Brunetta: aumenterebbe il deficit di bilancio e non ce lo possiamo permettere, per il debito pubblico accumulato in passato. Dice che sarebbe facile, oltre che doveroso, abbassare le tasse a chi ne paga troppe, ma «difficile farle pagare a chi non le paga». È la logica di uno stato rinunciatario, magari incoraggiato dal ritratto che del paese traccia il Giornale: «Siamo un paese più ricco di quanto dicano gli elenchi delle imposte » (intervista a Gianluca Spina, direttore del Mip-Politecnico di Milano); un paese che nasconde la sua ricchezza nel sommerso: se riducessimo le imposte, un’altra fetta del sommerso tributario potrebbe emergere. Come etica pubblica, non c’è male. Ma l’idea di Tito Boeri (la Repubblica) di introdurre almeno una «tassa sul privilegio», cioè sulle rendite finanziarie, fissandola all’aliquota più bassa dell’Irpef (il 23 per cento, la più alta è il 45) non produce emozioni a destra: le reazioni positive sono solo nel centrosinistra, Camuso, Angeletti, Fassina, Di Pietro.
L’idea di un paese un po’ più einaudiano non trova molti cultori
|