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Visualizza articolo: 'Bassi salari in Ticino: è emergenza'

Tio.ch 22 Ottobre 2009

L’MPS prende atto della decisione del Gran Consiglio di dichiarare “irricevibile” l’iniziativa popolare (depositata nel novembre 2007) che chiedeva l’introduzione di un salario minimo mensile di 4'000 franchi lordi (per 13 mensilità e sulla base di 40 ore settimanali), unitamente ad altri aspetti quali un cospicuo aumento dei salari degli apprendisti, l’obbligatorietà della notifica di tutti contratti di lavoro, etc.
Una considerazione preliminari sull’esito del voto, tutt’altro che netto; infatti coloro che hanno sostenuto la proposta di “irricevibilità” (36) sono stati comunque meno di coloro che vi si sono opposti (24) o si sono astenuti (17). Una chiara dimostrazione del “disagio”, chiamiamolo così, dei Parlamentari.

Un disagio che nasce da una constatazione semplice ed evidente: la questione dei bassi salari è oggi, in Ticino, e non solo, un’emergenza sociale. Un’emergenza che appare spesso sotto forma di redditi insufficienti. Lo testimoniano, in modo inoppugnabile, i diversi interventi che lo Stato è costretto a fare per “aggiustare” il reddito insufficiente di molti cittadini e cittadine. Basti pensare ai sussidi di cassa malati (che interessano quasi centomila persone), ai sussidi per l’alloggio, alle spese di assistenza sociale; oltre al fatto che un numero sempre maggiore di persone, che pure lavora a tempo pieno, non riescono ad arrivare a fine mese (i cosiddetti “working poor”) o, addirittura, i premi di cassa malati non riescono nemmeno a pagarli (ve ne sono quasi 15'000 in Ticino).

Un fenomeno che ha certo radici profonde nella realtà del cantone, ma che gli accordi bilaterali e la liberalizzazione del mercato del lavoro (quella che ci si ostina a chiamare “libera circolazione”) hanno sicuramente peggiorato, aprendo le porte al dumping salariale e sociale. E siamo solo all’inizio. Il Ticino sta diventando la Cina della Svizzera: bassi salari, lavoro precario, fasce sempre più estese di lavoro nero.

Il Parlamento non può ignorare questa realtà che tutti i cittadini e le cittadine hanno sotto gli occhi quotidianamente. Non può negare l’avanzata, lenta ma inesorabile, del dumping salariale che spinge il Ticino ad assumere come salari di riferimento i 1’000-1'200 euro mensili pagati (magari anche in nero) nelle province lombarde.

Ma il Parlamento cantonale, per composizione e orientamenti politici, non poteva certo sostenere un’iniziativa come quella dell’MPS che rappresenterebbe oggi un utile strumento contro il dumping salariale, contro la piaga ormai endemica dei bassi salari.

È da qui che nasce il disagio del Parlamento, testimoniato dall’esito, un po’ strano, del voto. L’iniziativa dell’MPS è “irricevibile”, dicono tutti i parlamentari; ma tutti sanno bene che non faranno nulla, non proporranno nulla, non agiranno in alcun modo per combattere quegli stessi fenomeni che l’iniziativa voleva combattere e dei quali tutti sono costretti a riconoscere l’esistenza.

Le ragioni di fondo di questo atteggiamento sono note. I partiti borghesi sono preoccupati della difesa degli interessi di coloro che pagano bassi salari, non della situazione di coloro che questi bassi salari ricevono e con i quali devono far quadrare i conti! Essi preferiscono "aiutare" i datori di lavoro a continuare a versare bassi salari distribuendo centinaia di milioni di franchi sotto forma di sussidi a decine di migliaia di cittadini e cittadine che, proprio a causa di un basso salario, conseguono un basso reddito, insufficiente molto spesso ad affrontare i bisogni fondamentali.

Sono preoccupati dalla sopportabilità di alti salari per le imprese; non li interessa il fatto che con un basso salario la vita di numerose famiglie diventi insopportabile.

Si chiedono come farebbero molte imprese a pagare salari così “alti” (eh sì, abbiamo anche letto e sentito che 4'000 franchi lordi al mese, come proponeva l’iniziativa, sarebbe un salario “eccessivo”); non si chiedono come fanno migliaia di famiglie a vivere con certi salari.
Discutendo e votando contro l’iniziativa dell’MPS per un salario minimo ci hanno ricordato come debba essere il mercato a risolvere i problemi dei salari, come non si possano mettere freni alla libertà contrattuale, che vi sarebbero “altri” strumenti per risolvere il problema. E ci hanno riservito la solita minestra riscaldata della “centralità” e “importanza” dei contratti collettivi di lavoro (dei CCL) e degli accordi salariali tra partner sociali.

Dimenticando di aggiungere, evidentemente, che oggi pochissimi lavoratori possono beneficiare di accordi salariali obbligatori nel quadro dei CCL (in Svizzera sono poco più di 500'000 su circa 4 milioni di lavoratori salariati) e che questa strada non solo non protegge dai bassi salari (basti pensare a settori nei quali vigono accordi contrattuali salariali e comunque salari bassi: l’orologeria nel nostro cantone, il settore tessile e dell’abbigliamento, quello della ristorazione, ecc.).
Che dire? Attendiamo le loro proposte per rispondere ad un problema oggi fondamentale, che preoccupa la stragrande maggioranza dei cittadini e delle cittadine che vivono e/o lavorano in questo cantone. Anche se sappiamo che di proposte concrete, da loro, proprio non ne verranno.

Da parte sua l’MPS continuerà la sua battaglia contro i bassi salari, denunciando, come ha sempre fatto, situazioni scandalose, opponendosi ad accordi che non fanno che legittimare questa situazione (come l’accordo concluso lo scorso anno nel settore cantonale dell’orologeria con salari minimi attorno ai 2'500 franchi lordi mensili), cercando di suscitare resistenze e mobilitazioni.

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