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ROMA Il Gazzettino 26 Agosto 2009
- «A settembre, ottobre e novembre, pur essendo l'economia in ripresa, qualche problema ci sarà» sul fronte dell'occupazione. Lo ha sottolineato il vicepresidente
di Confindustria, Alberto Bombassei, nella trasmissione Radio anch'io su Radio Uno.
«Mi auguro - ha proseguito Bombassei - che il problema sia limitato e che, anche se si perderanno posti, le misure prese saranno sufficienti per arginare gli effetti sui consumi».
«Purtroppo sarà un autunno freddo». Anche il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, pur sostenendo che si sta avvicindando «il tempo di uscita dalla crisi», afferma che «le imprese soffriranno» e che «potrebbero esserci posti a rischio». «Questo comporta per noi - assicura Sacconi - un impegno a rendere effettivo l'accordo Governo e banche, Abi e organizzazioni di impresa per la moratoria degli affidamenti da un lato e a continuare a proteggere con gli ammortizzatori sociali il lavoro».
Sacconi: sui salari rispetto autonomia parti. Sacconi è intervenuto poi di nuovo oggi sul tema dei contratti dicendo: «Noi rispettiamo l'autonomia delle parti, ma non siamo indifferenti al risultato» e che il governo non può che auspicare la ripresa di un dialogo tra le organizzazioni, in vista della stagione dei contratti che si sta aprendo. «Confido - ha proseguito Sacconi nel corso della trasmissione Radio anch'io su Radio Uno - che si dia spazio alla contrattazione decentrata, perché è l'unica che può far crescere salari, riflettendo anche ineluttabilmente il diverso costo della vita».
«Come è noto abbiamo ottimi rapporti con tutte le organizzazioni, tranne che con la Cgil», dice poi il ministro del Welfare. Un fronte unito dei sindacati sarebbe «una opportunità» anche per i rapporti con il governo, dice il ministro: «Il nostro auspicio è che soprattutto migliorino i rapporti tra di loro, perché se migliorano tra di loro potremo migliorare più facilmente anche quelli della Cgil con il Governo».
Redditi: 14,5% italiani sotto soglia "povertà locale". Un reddito in linea con la media nazionale non mette al riparo dal rischio povertà, perché, indica una ricerca del centro Studio Sintesi di Venezia, «molto dipende dal costo della vita della città in cui si vive e si lavora». Lo studio in 114 capoluoghi di provincia rileva che nel 2006 circa il 14,5% dei contribuenti (1,4 milioni di individui) aveva reddito inferiore alla soglia media di povertà locale, pari a 10.388 euro annui, a fronte di un reddito medio di 24.593 euro. A Villacidro, in Sardegna, e Rimini le maggiori difficoltà.
Ad esempio, avere un reddito di 11mila euro a Milano non ha lo stesso valore, neanche sul potere d'acquisto, che ha a Cagliari. Dall'analisi di quello che viene definito «il rischio di povertà locale» emerge così che, a livello territoriale, Rimini, Brescia, Cesena, Verbania e, soprattutto, alcune piccole città della Sardegna quali Villacidro, Sanluri e Tortolì sono i comuni che presentano il maggior numero di soggetti con reddito inferiore alla soglia di povertà su quel territorio.
Minori quote di contribuenti al di sotto della soglia di povertà locale si registrano in città del Mezzogiorno come Avellino (6,6%), Potenza (6,8%), L'Aquila (7,1%) e Matera (7,2%).
Restringendo l'osservazione alle grandi città, Torino (19,1%; 11ma posizione) risulta in una situazione più rischiosa di Napoli (16,4%; 36ma posizione); inoltre Roma (11,5%; 80ma posizione) sembra stare meglio di Milano (19,1%; 12ma posizione), mentre Genova (13,9%; 57mo posto) appare più «tranquilla» rispetto a Venezia (17,4%; 26mo posto).
«Dallo studio - affermano i ricercatori del Centro Studi Sintesi - si evince che tendenzialmente le città del Mezzogiorno presentano basse percentuali di contribuenti a rischio rispetto ai comuni del Settentrione: tra le 20 città con gli indici di povertà locale più elevati ben 15 appartengono alle regioni del Centro-Nord. Tale fenomeno è imputabile al maggiore costo della vita riscontrabile nei comuni settentrionali, che erode il reddito delle persone fisiche in proporzione maggiore di quanto non avvenga al Sud. Più semplicemente, disporre di un reddito in linea con la media nazionale di per sè non mette i cittadini al riparo dal rischio "povertà", poiché molto dipende dal costo della vita della città in cui si
vive e si lavora».
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