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Visualizza articolo: La paura divora il confronto

Vita Trentina 28 Luglio 2009

La paura di perdere il lavoro. La paura della povertà. La paura di venire abbandonati e di ritrovarsi privi di quegli affetti che fanno casa. La paura di invecchiare e di soffrire.

E’ lunga la litania delle paure. Umberto Folena, editorialista di Avvenire, da anni residente con la famiglia a Trento, nel suo ultimo libro le snocciola una ad una. Passa da quelle del cuore dell’uomo a quelle che discendono dal cuore della natura (alluvioni, catastrofi, terremoti); da quelle scatenate da un episodio di violenza (aggressione, furto, stupro) a quelle legate dalla presenza dell’«altro» (il clandestino, il romeno, il nomade).

In “Alfabeto delle paure quotidiane” (Ed. Ancora, euro 10), Folena attinge ad episodi della cronaca recente, che agitano i fantasmi del panico. Avverte che, se i media non inventano nulla, hanno comunque la forza ad amplificare: “Un conto è segnalare un problema – scrive – un altro è terrorizzare l’opinione pubblica inventando emergenze”. L’ultimo esempio l’abbiamo vissuto questa settimana nel modo con cui sono state annunciate le possibili conseguenze di un’epidemia di influenza: un allarmismo “peggiore del virus – osservava martedì Avvenire – perché la peggior pandemia è quella della paura”.

Paure – e quindi tensioni sociali – aumentate dalle condizioni di difficoltà economica, di precariato e di mancanza di prospettive. Ci si ritrova allora inadeguati e vulnerabili, disposti a rinunciare perfino ad un certo grado di libertà personale e di democrazia in nome di una politica della sicurezza che prometta di placare l’ansietà.

Il prezzo della paura è la semplificazione. Nella parzialità è facile lo scambio dell’effetto con la causa. Il terremoto può far maledire una “natura matrigna”, ma non dovrebbe permettere di archiviare troppo in fretta l’irresponsabilità di amministratori e di costruttori. Le violenze su donne e bambini non saranno mai condannate a sufficienza: come tali andrebbero considerate quando sono commesse da immigrati (10% dei casi), come quando vengono consumate tra pareti domestiche, dove l’orco è un familiare (70%).

Lo spettro dell’impoverimento agita il sonno di molti: qualcuno ha motivo di essere turbato, ma per i più spesso è solo il timore di dover rivedere uno stile di consumo condotto in maniera troppo disinvolta. E se vedersi portar via la bicicletta “è una forma di violenza che lascia la sua traccia soprattutto nell’anima”, comprendiamo che la paura di essere derubati scende molto meno rispetto al numero dei furti…

Essere consapevoli di queste dinamiche ed affrontarle con spirito critico aiuta non soltanto a relativizzare le paure, ma anche ad affrontarle, andando oltre un atteggiamento puramente difensivo.

A frenare la ragionevolezza oggi è spesso una malintesa idea di appartenenza politica, che impedisce – ad esempio – di dissentire. Sulle “ronde” come sull’equivalenza clandestino-delinquente il terreno per un confronto appare veramente esiguo. Così il cardinale di Milano, quando si fa voce di una città a misura d’uomo, può essere liquidato come “uno dell’opposizione” e il rappresentante del Pontificio Consiglio dei Migranti come “uno che parla solo a titolo personale”.

La vera paura che dovremmo avere a livello sociale è in questa povertà di capitale politico: la mancanza di idealità e di idee, che sappiano non solo tutelare l’incolumità personale del cittadino, ma aprire programmi di futuro.

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