Opportunità OrientamentoOpportunità FormazioneOpportunità Lavoro
Resta collegato
 

Il costo del lavoro

Francesco Castrovillari - 30 Giugno 2014

Uno dei principali obiettivi celebrati da Renzi nell’ultimo periodo è sicuramente quello di abbassare il costo del lavoro. La richiesta giunge più che aspettata da parte delle imprese, che ogni giorno si trovano ad affrontare una storia che si ripete ormai senza sosta da diversi anni. L’incidenza delle imposte, dei contributi e di voci affini sulla spesa sostenuta per il personale, costringono le aziende ad abbassare il numero di nuove assunzioni.

Il costo del lavoro rappresenta la parte più consistente dei costi di produzione. Non comprende solo il salario corrisposto ai lavoratori, ma anche i contributi sociali obbligatori da versare a carico dell’imprenditore, i ratei della tredicesima mensilità, di quelle aggiuntive e del TFR, le ferie e i permessi maturati, ed ogni altro importo attinente alla prestazione lavorativa.

Dall’Europa arriva l’ennesima conferma che il costo del lavoro in Italia è al di sotto della media continentale. I dati configurano una realtà ben diversa da quella che ci è stata presentata per anni, nascosta dietro il bisogno di aumentare le opportunità di occupazione, in particolare per i giovani.

Le modalità con cui si intende intervenire non appaiono chiare, in quanto non si sa quale sia il modello di riferimento dell’azione riformatrice del mercato del lavoro e del suo costo, accusato di incidere troppo sul prodotto. Ciò lo renderebbe poco concorrenziale, facendo traslare la produzione e ostacolando nello stesso tempo anche la ripresa economica.

Non c’è tuttavia un unico responsabile per la crisi italiana. E’ invece un insieme di fattori ad aver contribuito a schiacciare al suolo la competitività nazionale: la tassazione troppo alta; i sindacati, contrari alla mobilità e ai contratti a tempo; il costo dei mezzi produttivi.

Un modo per ridurre tali spese potrebbe essere quello di decentrare la contrattazione, ovvero privilegiando i contratti aziendali rispetto a quelli nazionali.

I primi si distinguono da tutte le altre tipologie di rapporti collettivi in merito ai destinatari degli effetti obbligatori. Nel caso in cui non ne sia collegato ad altri livelli, nell’ambito dei conflitti il contratto aziendale prevale sempre, integrando i cosiddetti contratti di categoria, fattispecie che il contratto nazionale non può configurare. Per cui si evince che proprio quest’ultimo necessita di un completamento anteriore, anche se, pur dipendendo, ognuno ha le sue azioni specifiche. Tuttavia le clausole del contratto nazionale si chiudono in maniera indipendente, per cui il collegamento fra i due deve avvenire in forma volontaria. Esso si fonda sull’intenzione di coordinare i negozi giuridici verso un unico scopo. Il contratto aziendale traccia quindi la definizione dei rapporti individuali di lavoro nei contratti nazionali. Si crea però una relazione per cui proprio questi possono sussistere anche senza i primi, che sono ad essi subordinati, seppur separatisti. Le loro vicende non influiscono sul contratto nazionale, le cui vicissitudini si riverberano con un peso enorme su quello aziendale, arrivando a farlo decadere di conseguenza alla cessazione.

Le industrie che operano in Italia hanno dovuto accettare gli accordi nazionali sulle retribuzioni. Integravano il minimo contrattuale con compensi aggiuntivi legati alla produttività. Se adesso potessero stipulare contratti su salario, orario, organizzazione, sceglierebbero di produrre nel Belpaese invece che all’estero, a patto che tutti i sindacati rispettino gli accordi e gli impegni presi.

Una legge è quindi necessaria affinché i contratti nazionali di lavoro abbiano un valore generale e si possano applicare a tutti.

Per uscire dalla crisi bisogna ridurre le disuguaglianze. Questo dovrebbe essere il vero obiettivo del governo.

Pagina di 1

Inserisci un commento:

Commenti (1-0 su 0):