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«Cacciata dal lavoro perché mamma»: La denuncia di una 35enne

Il gazzettino - 08 Marzo 2017

PADOVA - Dopo aver partorito il primo figlio, si è vista costretta a dare le dimissioni e, a distanza di pochi anni, il datore di lavoro di un'altra azienda l'ha lasciata a casa, nonostante avesse appena subito il dispiacere e le conseguenze di un aborto spontaneo.

Valentina C., 35enne padovana, nel 2013, dopo 8 anni di lavoro come responsabile di un ufficio in un'azienda di servizi, rimane incinta. Apparentemente tutto bene, fino a quando, a casa in maternità anticipata per incompatibilità ambientale, la donna ha iniziato a ricevere lettere di richiamo riferite a presunti episodi addirittura antecedenti la sua condizione. «Da li è iniziato un calvario psicologico che mi ha portata a fare un passo indietro e dare le dimissioni, prima che mia figlia compisse un anno», racconta. In seguito alle pressioni ricevute la ginecologa le consiglia di intraprendere un percorso di terapia psicologica, per far fronte alla tensione. Poi le dimissioni e la ricerca di un'altra occupazione, che arriva quasi immediatamente. «Dopo qualche mese sono rimasta nuovamente incinta, ma sono stata costretta a restare a casa fin dalle prime settimane, in quanto la mia gravidanza era a rischio». Poco prima del terzo mese, Valentina perde il bambino. Rientra nel luogo di lavoro, dove il datore la invita ad una chiacchierata, con tanto di lettera di licenziamento già pronta: «Mi è stato detto che non sarei più stata in grado di portare avanti le mie mansioni in modo professionale e che, con quello che mi era successo, non ero serena, e dunque sarei stata inaffidabile nel lavoro».

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